La valutazione delle partecipazioni societarie oggetto di donazione

di Gorgoglione Lorenzo

in Pratica Professionale - I Casi, n. 6/2003, pag. 260 - Caso n. 129

 

Detenevo l'80% di una partecipazione in una società a responsabilità limitata e il 20% era intestato a mia moglie. Abbiamo ceduto nel luglio 2001 rispettivamente il 40% e il 10% a favore di nostra figlia. Vorremmo ora cedere il restante rispettivo 40% e 10% al convivente di nostra figlia. Per la valutazione del valore della partecipazione donata nel 2001 abbiamo considerato la sola quota di patrimonio netto di bilancio: dovevamo considerare anche il valore di avviamento? Nella donazione attuale al convivente possiamo di nuovo non considerare il valore di avviamento?

 

(V.C. - Bari)

 

Il quesito del lettore propone, stante l'avvenuta parziale abrogazione dell'imposta sulle donazioni ad opera della Legge 18 ottobre 2001, n. 383, una risposta differenziata e articolata con riferimento alle due fattispecie della donazione alla figlia in vigenza del regime di cui al D.Lgs. 31 ottobre 1990, n. 346 in tema di imposta sulle successioni e della seconda donazione ad un non consanguineo, successiva e posteriore alla avvenuta (parziale) abrogazione del suddetto D.Lgs. n. 346/1990.

 

Le donazioni di partecipazioni societarie in vigenza del D.Lgs. n. 346/1990

Recita l'art. 16 della legge disciplinante l'imposta sulle successioni e donazioni: che per la determinazione del valore imponibile assume rilievo "per le azioni e per i titoli o quote di partecipazione al capitale di enti diversi dalle società, non quotate in borsa né negoziati al mercato ristretto, nonché per le quote di società non azionarie, comprese le società semplici o le società di fatto, il valore proporzionalmente corrispondente al valore, alla data di apertura della successione, del patrimonio netto dell'ente o della società risultante dall'ultimo bilancio pubblicato o dall'ultimo inventario regolarmente redatto e vidimato, tenendo conto dei mutamenti sopravvenuti, ovvero, in mancanza di bilancio o inventario, al valore complessivo dei beni e dei diritti appartenenti all'ente e alla società al netto delle passività risultanti a norma degli articoli da 21 a 23, escludendo i beni indicati alle lettere h) e i) dell'art. 12 e aggiungendo l'avviamento".

Tale disposizione era invero diversa da quella contenuta nell'art. 22, comma 2, del D.P.R. n. 637/1972, che disponeva, nella parte che qui interessa, che "per le azioni non ammesse alla quotazione di borsa e per le quote di società non azionarie il valore venale è determinato avendo riguardo alla situazione patrimoniale della società".

Fin dall'entrata in vigore della disposizione di cui al D.Lgs. n. 346/1990, l'Amministrazione Finanziaria ha sempre sostenuto che nulla fosse cambiato, in ordine alla successione ereditaria o al trasferimento gratuito della quota di partecipazione del socio in società non quotate, rispetto a quanto era disposto dalla disciplina previgente. Questo orientamento veniva formalizzato con la R.M. n. 351100 del 22 giugno 1992, e ribadito, in una successiva circolare ministeriale (la C.M. 5 marzo 1997, n. 67/E) sulla scorta di un parere del Consiglio di Stato, Sez. III, n. 403/96 del 23 aprile 1996, che confortava le conclusioni cui era pervenuta l'Amministrazione Finanziaria.

Questo orientamento dell'Amministrazione Finanziaria, dal quale trae probabilmente origine il timore del lettore, non ha invero superato il vaglio della dottrina e ora della giurisprudenza della Suprema Corte.

La recente sentenza della Corte di Cassazione, sez. Tributaria, 4 aprile 2003, n. 5282, ha confutato l'argomentazione dell'Amministrazione, ribadendo che il fatto che la legge faccia riferimento al valore del patrimonio netto risultante dall'ultimo bilancio pubblicato e preveda che unicamente in mancanza di bilancio o inventario possa prendersi in considerazione il "valore complessivo dei beni e dei diritti appartenenti all'ente o alla società al netto delle passività", sottolinea la necessità che le partecipazioni sociali non quotate vadano stimate, in linea di massima al valore di bilancio.

La ratio legis, secondo la citata sentenza n. 5282/2003 della Corte di Cassazione "consiste nella necessità di limitare la discrezionalità dell'Amministrazione Finanziaria, che rimane ``libera'' solo nel caso in cui si tratti di società per la quale non siano stati approvati bilanci o redatti inventari: quando, invece, un bilancio approvato vi sia, il valore del patrimonio netto da questo risultante è vincolante per l'Amministrazione Finanziaria, che non può procedere ad una autonoma valutazione del valore complessivo dei beni e dei diritti appartenenti alla società, al netto delle passività, salvo che non denunci (motivatamente) la inattendibilità delle poste di bilancio".

L'Amministrazione Finanziaria, in presenza di un bilancio approvato, può procedere solamente ad una eventuale attualizzazione delle poste, attive e passive, espresse nel medesimo bilancio, laddove quest'ultimo, in ragione dei possibili mutamenti intervenuti nel lasso di tempo trascorso tra l'approvazione del bilancio e la stipula dell'atto di trasferimento gratuito, fosse inadeguato a rappresentare fedelmente il patrimonio della società in detto momento.

L'interpretazione della norma di legge, in specie l'art. 16 del D.Lgs. n. 346/1990, offerta dalla Suprema Corte chiarisce ed allontana ogni dubbio del lettore sulla correttezza dell'operato adottato in occasione della donazione alla figlia.

Le donazioni dopo la riforma del 2001

La donazione in progetto a favore del convivente non coniugato con la figlia pone invece qualche problema all'interprete.

Se infatti è a tutti ben nota l'abrogazione dell'imposta sulle successioni e donazioni ad opera dell'art. 13 della Legge 18 ottobre 2001, n. 383, meno evidente è il permanere di alcune disposizioni del D.Lgs. n. 346/1990 in alcune fattispecie.

In particolare, l'art. 1 della disposizione di cui all'art. 13 della Legge n. 383/2001, dispone invero la soppressione dell'imposta sulle successioni e donazioni, mentre il comma 2 dello stesso articolo prevede che i trasferimenti a titolo gratuito tra soggetti in vita, fatti a favore di persone diverse dal coniuge, dai parenti in linea retta e dagli altri parenti fino al quarto grado, sono assoggettati alle imposte sui trasferimenti ordinariamente applicabili per le operazioni a titolo oneroso, qualora il valore della quota spettante a ciascun beneficiario è superiore all'importo di euro 180.759,91. Le aliquote previste per l'ordinario trasferimento a titolo oneroso si applicano sulla parte di valore della quota che supera detto limite.

Il trasferimento gratuito in data odierna della residua quota alla figlia non sconta quindi più alcuna imposta sulle donazioni, mentre diverso è il discorso con riferimento al trasferimento gratuito a favore del convivente della figlia.

Non conoscendo il valore della quota societaria oggetto della liberalità non possiamo trarre conclusioni certe sul trattamento impositivo del secondo trasferimento.

Ci preme però dare evidenza ad una disposizione interessante, contenuta nell'art. 14 della citata Legge n. 383/2001.

In particolare, nell'ultima norma citata è disposto che le disposizioni concernenti esenzioni, agevolazioni e franchigie, nonché quelle attinenti alla determinazione della base imponibile, già vigenti in materia di imposta sulle successioni e donazioni, si intendono riferite all'imposta dovuta per gli atti di trasferimento tra non consanguinei eccedenti i 180.759,91 euro.

Il valore della donazione delle quote della società partecipata al convivente della figlia dovrà essere operata allora sempre con riferimento al valore proporzionalmente corrispondente al valore, alla data del trasferimento per atto gratuito, del patrimonio netto dell'ente o della società risultante dall'ultimo bilancio pubblicato o dall'ultimo inventario regolarmente redatto e vidimato, tenendo conto dei mutamenti sopravvenuti, ma senza tenere conto dell'avviamento. Soltanto se superiore alla ricordata franchigia di 180.759,91 euro sconterà le ordinarie imposte dovute in caso di trasferimento a titolo oneroso.

 

 

Fonti normative

D.Lgs. 31 ottobre 1990, n. 346, art. 16

Legge 18 ottobre 2001, n. 383, art. 13

Corte di Cassazione, sez. Trib., 4 aprile 2003, n. 5282